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GIUSEPPE PAMBIERI
LIA TANZI MICOL PAMBIERI

IL FU MATTIA PASCAL

Di Tullio Kezich da Luigi Pirandello

con
FULVIO D’ANGELO
DAVIDE COCO
FRANCO MIRABELLA SILVIA SALVATORI

Con la partecipazione di
MASSIMO DE ROSSI

Regia
PIERO MACCARINELLI

Scene e costumi di
Bruno Mazzali

Musiche di
Antonio Di Pofi

NOTE DI REGIA

C'è una grande aria teatrale nel romanzo di Pirandello innanzitutto il protagonista Mattia, un io diviso, un personaggio in cerca d'autore, un uomo alla ricerca di se stesso: "una delle poche cose, anzi forse la sola ch'io sapessi di certo era questa: che mi chiamavo Mattia Pascal non pareva molto nemmeno a me ma ignoravo cosa volesse dire non sapere o non potere più rispondere come prima, all'occorrenza IO MI CHIAMO MATTIA PASCAL". Mattia vive la sua prima vita inconsapevolmente circondato da persone e accadimenti che lo coinvolgono ma senza permettergli di conoscere se stesso. Si lascia vivere finché interviene la morte delle sue due figlie; e allora, solo allora, parte, nella elaborazione del lutto, la ricerca di se stesso, del suo io profondo; ma ecco che tragicomicamente un'altra morte si sovrappone alle prime due: una morte apparente ma non sconfessata: la sua morte fittizia. E proprio da questa morte Mattia (che non può più lasciarsi vivere) inizia un percorso nel se più profondo, ricomincia a vivere dall'esterno quelle esperienze che lo avevano "vissuto" nella sua vita precedente; incontra nuove persone che altro non sembrano essere che differenti incarnazioni di persone incontrate nella sua prima vita; tutto in un gioco di specchi e di rimandi di grande teatralità giacché nella versione di Kezich è Mattia stesso ad introdurre gli altri a fargli prendere consistenza di personaggi. Siamo in qualche modo al cospetto di una lunga seduta di analisi alla ricerca dell'io, dove il protagonista cerca continuamente di affrancarsi dai fastidiosi vincoli sociali e di sottrarsi all'opprimente dominio dei luoghi comuni rendendosi tuttavia presto conto che né Mattia né Adriano riescono a spezzare quella catena di legami e di oppressioni. C'è poi Paleari il filosofo teosofo che gli propone delle alternative che si rivelano ancora più tragicamente e comicamente inadatte ad una lettura della realtà; infatti, né teosofia, né lanterninosofia, né spiritismo consentono a Mattia/Adriano una de-codificazione del suo io. Oreste non si trasforma in Amleto o meglio Oreste continuerà a desiderare la morte della madre ed Amleto a restare sospeso fra la materia di cui sono fatti i sogni e quello strappo nel cielo di carta in un teatrino di marionette, non consentirà che una accettazione limitata di se' al Fu Mattia Pascal che potrà solo tornare a "scrivere" la sua vita. Ecco allora che ritorneranno sistemati in un ordine solo gerarchicamente diverso le figure della sua prima vita metabolizzate attraverso la vita di Adriano e Mattia nella sua solitudine potrà solo dichiarare l'esistenza di un "fu Mattia Pascal". Non ci si può ribellare al destino o meglio se ne può sentire il bisogno ma sapendo quanto labile, problematico e pressoché impossibile sia prendere le distanze dai condizionamenti che soffocano l'individuo e lo fanno schiavo delle convenzioni. Ecco quindi che su un palcoscenico all'inizio nudo e spoglio, sarà Mattia stesso personaggio autore e drammaturgo, regista a mostrare i personaggi e i mondi della sua vita doppia reale e teatrale Mattia quindi come un depresso, un abitante dei mal di luna (Pirandello stesso al letto della moglie malata?) ma allo stesso tempo consapevole testimone e protagonista della limitatezza tragica e comica dell'uomo nell'universo.

Piero Maccarinelli

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MATTIA PASCAL E LE SUE PRIME MILLE REPLICHE
di TULLIO KEZICH

Credo di poter dire che il mio adattamento teatrale (rifiuto, come riduttivo, il termine "riduzione" di Il fu Mattia Pascal è uno dei testi italiani più rappresentati nell'ultimo quarto di secolo. Fortuna accompagnandoci, l'attuale ripresa con la partecipazione nel ruolo protagonistico di Giuseppe Pambieri, e la regia di Piero Maccarinelli, toccherà e supererà il traguardo delle mille repliche da quando nel '74 questo copione ebbe il suo battesimo al Teatro di Genova, con Giorgio Albertazzi e la regia di Luigi Squarzina. Alla prima messinscena ne seguirono nel tempo parecchie altre, fra le quali quelle con Pino Micol e Flavio Bucci. Due parole sull'origine.. dell'operazione, nata da una proposta che mi fece nei primi anni '70 Maria Luisa Aguirre d'Amico. Memore del mio adattamento di La coscienza di Zeno di Svevo, la nipote di Pirandello ebbe la felice intuizione che si potesse realizzare qualcosa di simile con Mattia Pascal. L'impresa presentava dei rischi perché non tutti i romanzi funzionano sulla scena e non tutti gli adattamenti rispecchiano adeguatamente il loro precedente letterario. Del resto quando negli anni '60 iniziai questo tipo di 1avoro, l'opinione generale era molto ostile. Si parlava del "teatro da" come di una cosa di seconda mano, inutile e addirittura dannosa in quanto toglieva spazi e respiro a un ipotetico "teatro di". Chi muoveva l'obiezione di principio trascurava il fatto che molta drammaturgia, da Eschilo a Brecht attraverso Shakespeare, è partita spesso dall'elaborazione di opere precedenti. Per quanto mi riguarda, non ho da pentirmi di esser andato a cercare ispirazioni nel campo della letteratura. Per ricordare solo qualche episodio, è accertato che il successo di zeno aprì le porte del palcoscenico a tutto il teatro di Svevo fino a quel momento considerato irrappresentabile anche da un lettore eccelso come Eugenio Montale. E Il gallo, da Il bell'Antonio di Brancati, offri al grande Turi Ferro l'occasione di scolpire un personaggio indimenticabile. Ma la predilezione del pubblico, ormai sull'arco di due generazioni, è andata soprattutto a Mattia Pascal e non soltanto perché mentre sta per compiere un secolo (è datato 1904) il romanzo resta uno dei testi fondamentali del novecento. L'argomento è noto. mal maritato in seguito a loschi intrighi di paese (l'immaginario Miragno, ligure secondo la logica topografica, siciliano nei modo in cui l'autore lo rappresenta), il bibliotecario Mattia Pascal attua una prima fuga fino a casinò di Montecarlo dove. vince un'ingente cifra. Ansioso di esibire la sua fortuna ai miragnesi, mentre sta per ripresentarsi in pace scopre che lo hanno dato per morto erroneamente identificandolo nel cadavere di un suicida. E' 1'occasione da cogliere al volo per fuggire davvero e iniziare una vita nuova: ma ben presto Mattia, stanco d vagabondaggi, approda a una pensione romana dove inciampa in tensioni, imbrogli imbarazzi e dolori anche peggiori di quelli dai quali é fuggito Non gli resta che fingere un secondo suicidio per recuperare il suo vero io, ma redivivo a Miragno si accorge a proprie spese che nella vita non si torna indietro. Il fascino di questa vicenda,, sviluppata da Pirandello attraverso un intreccio che è gran teatro giá sulla pagina, è quello di stuzzicare l'illusione che l'infelicità personale sia superabile, che a un certo punto si possa ricominciare la propria vita da zero. Così inconsciarnente pensava l'autore scrivendo queste pagine al capezzale della moglie, ormai condannata per sempre dalla malattia mentale. Accanto all'ingegnosità della trama, all'accattivante vivacità del concertato dei personaggi e alla bizzarra qualità dello stile, Il fu Mattia Pascal attinge a una vera commozione grazie a quella che potremmo chiamare (con Gadda) "la cognizione del dolore". Benché caratterizzato dai suoi rovelli intelettuali, , Pirandello si considerava un "sincerista" sempre pronto a confessarsi in chiave autoironica: ed è proprio questa fraterna disponibilità che induce i lettori e spettatori a identificarsi in Mattia, morto vivente e uomo senza qualità.

 

  vvCCC  

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